Il Ritardatario Cronico: Chi è che fa spesso ritardo?
Ci sono motivazioni complesse, spesso poco consapevoli, del perché alcune persone sono (quasi) sempre in ritardo. Motivazioni collegate alla qualità delle relazioni vissute in ambito familiare in età pre-adolescenziale, un periodo durante il quale attese, bisogni, negazioni affettive e paure possono aver creato risposte reattive a livello comportamentale. Le prime relazioni con le figure genitoriali determinano infatti l’apprendimento del modello relazionale che si tenderà ad esportare nel mondo adulto. L’opinione di chi sono, la percezione di me stesso come persona meritevole di essere amata o meno… ed è da questa idea di se stessi precisamente che si innescherà la paura del rifiuto e dell’abbandono, o la rabbia verso imposizioni e doveri. Così, ad esempio, certe persone tendono ad arrivare sempre in ritardo poiché danno scarsa importanza al loro valore, pensando che qualsiasi cosa essi possano dire o fare sarà sempre e comunque ininfluente, che la loro presenza equivalga alla loro assenza, o che comunque passi inosservata ; questi soggetti sono convinti di essere poco importanti per altrui.
Chi è il ritardatario cronico
Dal punto di vista inconscio, il ritardatario percepisce la richiesta anch’essa inconscia di non deludere le attese dell’altro come importantissima, fino a sentirla opprimente, Sentendo quindi un’oppressione proveniente dapprima da figure familiari quali nonne, papà, mamma… ed in seguito dalle amicizie, il ritardatario “trasferisce” inconsciamente il suo senso di oppressione su altre persone con le quali ha un appuntamento. Persone che a lui sembrano essere “troppo richiedenti”, sia nei rapporti professionali che privati.
In altre parole, la persona sviluppa nell’infanzia una forma mentis che, per evitare la costrizione ad obbedire (che gli ricorderebbe l’imprinting negativo del genitore), lo porta a disobbedire alla puntualità, che equivarrebbe ad una sottomissione.
Proprio questa sottomissione diventa per il soggetto un’espressione di dipendenza che attiva in lui una protesta inconscia, agita attraverso la disobbedienza ; ed ecco che la soluzione a questa conflittualità, anche se in modo errato, diventa un puntuale ritardo.
Arrivare in ritardo in altri casi può essere un atto di ribellione inconscio ; equivale a dire ad un genitore in sé Fantasmatico : “Non mi hai amato? Ed allora io non rispetterò le tue regole, ne’ vorrò obblighi nei tuoi confronti”. Spesso chi sperimenta questa dinamica vive anche le regole sociali come una prigione dalla quale evadere, questi doveri rappresentano per lui una limitazione alla propria libertà. In questo caso arrivare in ritardo diventa lo specchio di un rapporto difficile e conflittuale con le figure che rappresentano l’autorità, vissute come oppressive, siano esse un genitore, un maestro, un datore di lavoro o addirittura un partner. Il rapporto con le figure genitoriali, percepite come troppo severe e repressive – ma anche come iperprotettive o richiedenti – farà sì che il ritardo diventi una forma di ribellione.
Anche per chi ha tratti narcisisti essere puntuali e rispettare l’impegno ad esserci ad una determinata ora può essere vissuto come una forzatura, quasi un’umiliazione al proprio Io, esprimendo il rifiuto di un bisogno altrui e di una sana dipendenza dall’altro ; arrivando in ritardo, il narcisista pone l’interlocutore nell’inferiorità solitaria dell’attesa..
Ancora, ci sono casi nei quali la rabbia repressa può esprimersi attraverso il ritardo cronico, e questo capita quando si hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni o dinieghi verso un’attesa dell’altro e non riuscendo a dire chiaramente di no. Accettando malvolentieri l’idea di un impegno, il vero sentire del soggetto si manifesta poi tramite l’ostilità del ritardo, facendo tardi ad un impegno o consegnando tardi un lavoro, in modo spesso inconsapevole.
Per altre persone, emozioni quali l’ansia e l’insicurezza – come anche la paura d’abbandono – creano un forte disagio difficile da gestire, al punto che per costoro una soluzione è allontanare questo disagio il più possibile. Un modo perfetto per allontanare queste emozioni è arrivare in ritardo. Questa paura riguarda non solo ciò che si teme di affrontare, ma anche l’”osare” nella propria vita. L’attesa che arrivi qualcosa, seppur di positivo per se stessi, diventa un fattore ansiogeno; si vorrebbe tutto e subito et non si sopporta il fatto di restare in attesa (è nell’attesa di… che si instaura l’ansia del rifiuto d’altronde), poiché su di essa si proietta la paura del no genitoriale, del disconoscimento subito o riconoscimento non avuto. Se si è puntuali inoltre, si rischia di dover attendere l’altro, di constatare che magari non si presenta, insomma di essere in balia del suo potere di arrivare, di esserci o meno (di amarci o meno), della sua attenzione, del suo riconoscimento. Essere puntuali porrebbe il soggetto in una situazione di debolezza insopportabile per il soggetto.
Arrivare sempre in ritardo infine significa anche mettere alla prova gli altri – un tipico atteggiamento di chi teme l’abbandono – per verificare la loro preoccupazione, perché “se davvero sono importante, se ci tengono tanto a me, se mi vogliono bene come dicono, allora mi aspetteranno”.
Tra le altre cause che determinano l’arrivare costantemente in ritardo c’è anche la difficoltà che si incontra nel cessare un’attività e nell’iniziarne un’altra. “Smettere di fare qualcosa che ci assorbe per fare altro può essere fastidioso. Richiede forza d’animo”. In ogni caso il rischio – arrivando sempre in ritardo – è quello di passare per egoisti agli occhi delle persone puntuali. Come può qualcuno che è stato ad aspettarci per venti, trenta, quaranta minuti restare indifferente? Come può non arrabbiarsi per il tempo che gli abbiamo fatto perdere? “Le persone puntuali sono convinte che un ritardatario possa decidere di essere in tempo e comportarsi di conseguenza”.
Il ritardatario può “guarire” da se stesso?
Se ci rendiamo conto di essere ritardatari cronici e capiamo quanto sarebbe importante cambiare – se non altro per liberare noi stessi da questi comportamenti disfunzionali – è necessario pero’ capire la motivazione alla base di questo comportamento, occorre fermarci a riflettere sul nostro rapporto con il tempo, su che cosa guadagniamo o perdiamo essendo regolarmente in ritardo, dobbiamo insomma scoprire le nostre proprie fragilità dietro a questo comportamento apparentemente innocuo.. E di conseguenza riflettere a come poter esprimere se stessi in modo più funzionale.
I ritardatari “non lo fanno apposta”, sono diventati così, per reazione ad una ferita dell’anima. Possono però smettere di arrivare in ritardo, amandosi di più ed accettando la sana dipendenza dall’altro, e soprattutto facendo un esercizio che tornerà loro molto utile nella vita, ossia quello di mettere in campo tutta la propria forza di volontà. Senza seguire le proprie paure, ma scegliendo di prendere una “decisione consapevole”, quella di essere puntuali. Non si tratta di “provare ad arrivare in tempo” (formulando l’intenzione in questo modo, falliranno…), ma di fissarsi chiaramente l’obiettivo ed di applicarsi attraverso la forza di volontà, affinché il traguardo della puntualità possa essere conseguito.







